Sappiamo come combattere gli incendi, ma non lo facciamo
Se non siete siciliani (o non vedete gli aggiornamenti che posto in modo compulsivo su Instagram da ieri notte per sfogarmi) probabilmente non sapete che giornata è stata quella del 25 luglio 2025. Non lo sapete perché per fortuna non è morto nessuno, e quindi la notizia che 380 roghi - in un solo giorno - hanno devastato la Sicilia ha avuto poco spazio al di fuori dalle testate locali.
Ipotizzo che ci sia un collegamento tra la scarsa copertura di un fenomeno così disastroso e la totale indolenza che mostra chi avrebbe titolo e competenza per risolverlo: governo regionale, comuni. Perché sì, qualche strumento lo abbiamo già. Il principale si chiama catasto degli incendi.
Per spiegare cosa sia il catasto incendi bisogna partire da un presupposto: in Italia (non solo in Sicilia) oltre il 70% degli incendi è doloso o avviene per negligenza. In entrambi i casi, è l’uomo che li scatena. Negli anni si è cercato di ricostruire una possibile catena degli interessi legati al business dei roghi, e tra questi, il principale, è ovviamente quello economico: si fanno partire gli inneschi per svalutare terreni che qualcuno vuole acquistare (per costruirci, per esempio), o per forzare qualcuno a venderli. Oppure per aggiudicarsi i pascoli, come ha spiegato qualche anno fa il dirigente regionale Pietro Giovanni Litrico in audizione nella commissione regionale Antimafia allora presieduta da Claudio Fava.
LITRICO: “Il più delle volte gli incendi scaturiscono dalle liti fra allevatori. Cosa voglio dire? Annualmente il Dipartimento a cui io afferisco (quello per lo Sviluppo rurale, ndr) presenta delle manifestazioni di interesse sulla disponibilità di lotti di terreno da adibire al pascolo, a queste manifestazioni di interesse, ovviamente, partecipano tutti gli imprenditori agricoli che gestiscono allevamenti, allevamenti bovini o di caprini. L’Amministrazione riceve le istanze, fa una graduatoria delle istanze pervenute e una volta esitata la manifestazione di interesse, assegna agli allevatori aggiudicatari i lotti di terreno a pascolo. Questi servono, in prima istanza, ad alimentare il bestiame pascolante, ma, una volta che i pascoli sono concessi all’allevatore, lui può caricarli nel fascicolo aziendale e, quindi, ricevere i contributi comunitari che possono essere concessi in base alla superficie del terreno oppure al numero di capi di bestiame. Fino al 2008 il premio che erogava AGEA per ciascun capo di bovino adulto era di ottocento, per un vitello in accrescimento seicento euro. Capite bene che tutto questo rappresenta un bell’introito per gli allevatori. Quindi può succedere che gli allevatori entrino in competizione per lo stesso lotto di terreno.
Proprio per scoraggiare questi meccanismi, nel 2000 è stata fatta una legge che prevede che sui terreni che sono stati percorsi dal fuoco valgano per 5 o 10 anni diversi divieti: quello di cambio di destinazione d’uso, il divieto di pascolo, di caccia, di raccolta dei prodotti del sottobosco, divieto di realizzazione di edifici, nonché di qualunque tipo di struttura e infrastruttura, e ovviamente divieto di compravendite di terreni. Tutto questo per un motivo molto semplice: annullare, di fatto, i “benefici” che i criminali potrebbero trarre dal bruciare determinate aree. Per essere sicuri che su questi terreni entrino in vigore i vincoli, la stessa legge prevedeva l’istituzione di un catasto degli incendi. Ogni area bruciata viene censita attraverso il suo numero di particella, questi dati vengono caricati nei sistemi comunali e da quel momento partono i divieti. Se un’area bruciata non è nel catasto, questi divieti non ci sono.
In Sicilia, la regione che brucia di più d’Italia, solo la metà dei comuni usa questo strumento. E anche lì dove il catasto è redatto ogni anno, dall’elenco delle aree bruciate molte spariscono.
Questo perché le amministrazioni locali, che dovrebbero censire le i terreni bruciati andando su campo e verificando il perimetro dell’area andata a fuoco, per redigere i catasti si basano esclusivamente su un “copia-incolla” dei dati forniti dal Sistema informatico forestale (Sif): una mappa digitale sulla quale i funzionari del Corpo Forestale riportano le aree incendiate dove proprio i forestali hanno fatto interventi per lo spegnimento. Ma quello del Sif è un sistema non del tutto attendibile, che a volte non riporta neanche incendi che hanno devastato centinaia di ettari. Oltre al fatto che, se ad intervenire per spegnere le fiamme sono altri (volontari o vigili del fuoco), l’incendio non sarà censito dal sistema forestale.
Nella provincia di Agrigento, una delle zone più colpite dal fuoco è la famosa riserva naturale di Torre Salsa, nel territorio del comune di Siculiana. Un’area protetta, importantissima per la sua biodiversità, dove gli incendi dolosi hanno distrutto aree vastissime di macchia mediterranea. E’ successo nel 2016, quando il 12 luglio 5 ettari sono andati in fumo; poi il 13 agosto del 2017: 30 ettari bruciati; e ancora, nel 2020, 2021, 2022, 2023, sempre tra maggio e luglio. Il caso più eclatante è probabilmente quello che riguarda l’incendio divampato nell’area di Pantano, uno degli ingressi della riserva, il 21 giugno del 2020: sono finiti bruciati 200 ettari attorno a Monte Eremita, nel cuore della riserva, e le fiamme sono arrivate a minacciare anche zone residenziali limitrofe ai confini dell’area naturale. Di questo vastissimo incendio non c’è traccia nel sistema della forestale, e di conseguenza non c’è traccia nel censimento degli incendi effettuato dal comune di Siculiana, che pure il catasto ce l’ha e lo usa, aggiornandolo ogni anno.
Per il direttore della riserva naturale, Alessandro Salemi, infatti “la legge così non serve a niente”. Ma perché tutti questi incendi in una zona protetta, che dovrebbe già essere esclusa da speculazioni edilizie e interessi economici?
Dice Salemi: “In alcune aree della riserva si può pascolare e questo significa che qualche pastore potrebbe avere interessi in questa zona”.
Nelle stesse zone percorse da incendi in questi anni, visto che non sono stati iscritti nel catasto e i vincoli non sono stati imposti, il pascolo è tutt’oggi attivo.
“Inoltre, l’anno scorso, un grosso incendio è partito dai bordi delle stradelle esterne alla riserva, pensiamo ci siano anche interessi di chi ha costruito parcheggi nelle aree limitrofe”.
Uno di questi parcheggi è stato edificato proprio tra l’estate del 2022 e quella del 2023, a pochi metri dall’incendio divampato l’8 luglio dell’anno scorso.
“Spesso - dice ancora Salemi - l’obiettivo degli incendi sono le zone umide, dove si trovano i cinghiali, danno fuoco per farli scappare dalla riserva, così da poterli cacciare: questo si chiama bracconaggio”.
Succede anche a Catania, dove non sono stati inseriti tra le aree percorse dal fuoco, e quindi da vincolare, i terreni dove sarebbe dovuto sorgere il centro direzionale di Cibali: diciotto ettari andati a fuoco nel 2017 e di cui nel catasto non c’è traccia. Ne’ nel censimento del 2017, ne’ il quello del 2018, 2019, 2020 e 2021, approvati dal commissario straordinario della Regione nel 2023. Così, in quell’area è sorto un supermercato Eurospin e non ci sono attualmente ostacoli all’edificazione di alcune palazzine di social housing di Fabrica Immobiliare, società che gestisce i fondi di Francesco Gaetano Caltagirone. Nel frattempo, nel 2023, il Centro direzionale Cibali è andato a fuoco di nuovo.
Il comune di Castellammare del Golfo si trova in provincia di Trapani: 15 mila abitanti che diventano più di 100.000 d’estate per l’enorme presenza turistica. Colpito ogni anno da vasti incendi, si è dotato del catasto solo a partire dal 2021, e ad anni alterni. Oggi il catasto è in fase di aggiornamento, ma non sono mai stati inseriti nell’elenco dei terreni da vincolare quelli bruciati negli anni precedenti. E quindi in zone che dovrebbero essere vincolate si costruisce.
Un esempio è una grossa area andata a fuoco nel 2017 a Fraginesi, zona residenziale di Castellammare del Golfo, in forte sviluppo per la presenza di centinaia di ville e villette, ad un passo dalla famosa riserva dello Zingaro e dai faraglioni di Scopello. A Fraginesi si costruisce senza sosta, anche nei terreni bruciati in un enorme incendio del 2017 e mai vincolati, tanto che nel 2019 è iniziata la costruzione di un residence di nove ville con piscina, tre di queste già vendute, le altre sul mercato a prezzi che vanno dai 600.000 ai 650.000 euro e un’altra, la cui costruzione è iniziata da poco più di un anno.
Forse, quindi, basterebbe fare funzionare i catasti per fare prevenzione. Ma tutto quello su cui sembra puntare la Regione Siciliana, invece, sono il noleggio di inutili droni, le commesse per gli elicotteri e i canadair, il lavoro di migliaia e migliaia di forestali che poi, spesso, non viene neanche fatto partire in tempo per pulire i terreni prima dell’inizio dell’estate, e non dopo, magari quando fanno già 35 gradi e la siccità divora pian piano ogni pezzo di terra. In fondo, anche quello dell’emergenza è un bel business.


Ottimo pezzo. Nei giorni scorsi, con la stessa rabbia per gli incendi che in questi giorni devastano la Sardegna, sono andata a ripassare gli interventi che da anni l' amministrazione regionale finanzia inutilmente con i fondi europei per prevenirli. E, invece, ogni estate la storia si ripete per incuria e malafede..
Se chi di dovere ti legge, e ha un cervello, funzionante, e un cuore, non di pietra, forse qualcosa si può iniziare a smuovere. Grazie per le informazioni, oltre che per la profonda sensibilità